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mercoledì 5 dicembre 2012

Modernariato (di Marco Travaglio)


L'antipasto di quel che ci attende alle prossime elezioni è andato in onda l’altroieri, sul tardi. Bruno Vespa, sotto la scritta cubitale “Esclusiva Porta a Porta”, intervistava Bersani con lo stesso umido trasporto con cui 20 anni fa, già piuttosto avanti negli anni, cinguettava sottobraccio a Forlani, 13 anni fa immortalava D’Alema intento a
cucinare il risotto e 11 anni fa apparecchiava al Cainano la scrivania di ciliegio per il “Contratto con gli italiani” ( peraltro ignari di tutto).  L’eterna presenza, accanto all’editore di riferimento anzi del momento, di colui che già nella Prima Repubblica Giampaolo Pansa chiamava “il sughero più galleggiante della tv”, è la migliore garanzia della grande palingenesi che ci attende. Bersani l’ha detto: occorre un “governo del cambiamento” e lui è proprio l’uomo giusto: ha appena stravinto le primarie all’insegna dell’“usato sicuro”, in vista di una frizzante coalizione che va da Tabacci (66 anni, in politica da 42) a Vendola (54 anni, in
politica da 40), già ribattezzata “squadrone” ma solo perché il copyright della “gioiosa macchina da guerra” ce l’ha Occhetto. Ora naturalmente bisognerà trovare un posto a D’Alema, Veltroni, Fioroni, Marini, Follini, Bindi e altri teneri virgulti, decisivi per l’appuntamento con la modernità ben sintetizzato dal grido di battaglia bersaniano: “Non vedo l’ora di sfidare Berlusconi”. Il quale ricatta il suo fu partito con le tv e i soldi, come se non bastassero i messaggi di Scajola (“So tutto di voi, ho controllato i servizi segreti”) e De Gregorio (“Se B. non candida uno dei miei lo porto in tribunale e racconto la verità sulla caduta di Prodi”). Il giovine Cavaliere ha già lanciato il guanto, con un titolo del Giornale che è un reperto d’archivio: “Restano comunisti”. Evviva, nel 2012 dopo Cristo si prepara un’a ppassionante tenzone fra comunisti e anticomunisti. I primi guidati da un signore di 61 anni che entrò in consiglio regionale nel 1980, mentre Reagan veniva eletto presidente Usa e Breznev regnava sull’Urss. I secondi capitanati ancora una volta da un signore di 76 anni che entrò in politica 19 anni fa per salvarci dai comunisti e ancora non ci è riuscito. 
L’annuncio ufficiale lo darà alla presentazione di un libro, uno a caso: quello di Bruno Vespa. Se tutto va bene, l’altro protagonista della partita sarà un professore di 69, Monti: potrebbe saltare in corsa sul partito-taxi messo gentilmente a disposizione da Montezemolo, il bebè sessantacinquenne che 40 anni fa era assistente di Ferrari e 35 anni fa approdava alla corte di Agnelli. Potrebbe essere della partita anche il piccolo Piercasinando, che con i suoi 57 anni è un po’ la mascotte delle giovani marmotte: nel 1980, mentre Bersani entrava in consiglio regionale e Reagan alla Casa Bianca, faceva il suo ingresso al consiglio comunale di Bologna, nella sua qualità di portaborse di Tony Bisaglia e poi di Forlani. Intanto un banchiere di 77 anni, il preclaro Geronzi, pontifica in tv. Un imprenditore (diciamo così) di 86, lo squisito Emilio Riva, avvelena un’intera città e tiene in scacco un intero governo. E un presidente della Repubblica di 87 anni auspica un “patto tra generazioni”. Anni di polemiche sulla casta, la gerontocrazia, l’inamovibilità delle classi dirigenti spazzate via nello spazio di un weekend grazie alle primarie che dovevano rinnovare il centrosinistra, invece l’hanno imbalsamato. Non c’è broglio, non c’è inganno: la gente ha votato così. “Noi italiani – diceva Montanelli – siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un’afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni”. Figurarsi se non riuscivamo a corrompere pure le primarie.

Marco Travaglio - 05 dicembre 2012
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