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giovedì 28 febbraio 2013

Il Governo non c'è, i soldi si. La nuova torta dei rimborsi


PRONTI 159 MILIONI PER I PARTITI. ANCHE CON LEGISLATURA BREVE, SPESE COPERTE. I GRILLINI RIFIUTERANNO I FONDI: MA COME?

Al servizio Tesoreria di Montecitorio sono già al lavoro. Calcolatrici e percentuali: i voti presi dai partiti, adesso, si trasformano in soldi. Così, ecco i 453 seggi conquistati dal Pd tra Camera e Senato materializzarsi in 45 milioni di euro. E le 240 poltrone dei deputati e
senatori Pdl tintinnare come 38 milioni di monetine. E ancora le 63 caselle occupate dalla lista Monti: 15 milioni di euro. Infine loro, i 163 grillini che hanno già annunciato il gran rifiuto: valgono 42 milioni di euro. Un totale di 159 milioni di euro, compresi i “piccoli” eletti, mentre Fini, Ingroia e Giannino restano a bocca asciutta. Il piano è quinquennale, orizzonte lunghissimo per questa legislatura che non ha vincitori. Eppure, anche se durasse pochissimo, renderebbe grazia ai soldi spesi in campagna elettorale. Sarà un caso, ma mai come questa volta, i partiti si sono tenuti bassi con le spese.

La cena 5 stelle a Roma di lunedì
Sapevano che la torta sarebbe stata dimezzata, come deciso dalla legge sui rimborsi approvata nel luglio scorso. Prendiamo il Pd, che per la sua campagna ha messo a budget 6 milioni e mezzo di euro. Il governo può anche non nascere, ma nessuno ci rimette: con la sola elezione, rientrano 9 milioni di euro. Sui conti degli altri, brancoliamo nel buio: la Scelta Civica di Monti non ha ancora pubblicato un resoconto delle spese sostenute, nonostante prima delle elezioni giurassero: “Il 26 avrete tutto”. Ora spiegano che hanno bisogno di tempo: “Stiamo aspettando le ricevute dai territori, ci vuole qualche ora più del previsto”. Idem Grillo: 550 mila euro raccolti durante lo Tsunami tour, ma la scheda sulle spese sostenute è ancora vuota.

Aspettiamo. Anche il Pdl che, per la verità, promesse di trasparenza non ne ha mai fatte. Prima o poi, però, arriverà per forza. Entro il 27 marzo, trenta giorni dopo le elezioni, i partiti entrati in Parlamento dovranno depositare la richiesta di rimborso. Poi, entro l’11 aprile saranno costretti a depositare alla presidenza di Camera e Senato il rendiconto delle spese sostenute in campagna elettorale. Per tre mesi - dice una legge del ‘93 - i rendiconti saranno a disposizione dei cittadini che volessero prenderne visione.

Ma torniamo alla richiesta da presentare tra un mese: saranno i tesorieri dei partiti o i rappresentanti legali dei movimenti a doverla presentare. Nel caso dei Cinque Stelle, dunque, Beppe Grillo in persona, in qualità di titolare esclusivo del simbolo. Non è ancora chiaro come si comporterà: se non presenta richiesta, la quota annuale dovrebbe rimanere ferma in Tesoreria. Sostiene però Giovanni  Favia, ex grillino, poi espulso e traghettato in Rivoluzione Civile che in Emilia Romagna non andò così: “Qualche settimana fa - sostiene il consigliere regionale - ho scoperto che il nostro gesto andava esattamente in direzione opposta a quelli che erano i nostri obiettivi: rinunciammo ad un milione di euro che poi venne diviso tra i partiti della Casta”. Il rischio si potrebbe evitare accettando i contributi e poi restituendoli, magari costituendo un fondo per le imprese come stanno facendo i Cinque Stelle in Sicilia. Ma ci sono altri due ostacoli: il primo è quello dello Statuto, requisito fondamentale per l’accesso ai rimborsi e inesistente nel movimento con il Non-Statuto per antonomasia. Il secondo riguarda Grillo in persona: se si “immischia” nella faccenda dei rimborsi in qualità di “tesoriere”, seppur non eletto ricade nell’obbligo di rendere pubblici i suoi redditi e  patrimoni. Gli avversari che già hanno aperto la guerra tra figli di benzinai e miliardari, lo aspettano al varco.

Nel frattempo, tre giorni fa, si è consumata “l’ultima cena”. I grillini romani hanno pubblicato lo scontrino dei festeggiamenti post-elettorali: focaccia al prosciutto, zucchine fritte, panini fritti ripieni, due assaggi di primi, acqua, birra, vino. Erano quasi 3 mila euro, sono riusciti a farseli scontare a 1800. Ma giurano che “alcuni giornalisti avrebbero consumato senza pagare: forse sono troppo abituati alle cene dei partiti pagate con i soldi dei rimborsi pubblici. Beh, con noi non funziona così”.

Paola Zanca - 28 febbraio 2013 -
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